Le descrizioni: intervista a Monica Dall’Olio – Gruppo Perdisa Editore – a cura di Iannozzi Giuseppe

Le descrizioni

intervista a Monica Dall’Olio

Gruppo Perdisa Editore

a cura di Iannozzi Giuseppe

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1.  Chi è Monica Dall’Olio?

Una donna che per spiegarsi quel che c’è là fuori scrive storie.

2. Il tuo ultimo romanzo è Le descrizioni, edito da PerdisaPop. Dove hai trovato l’ispirazione per questo romanzo che abbraccia un arco temporale non poco denso di tragici accadimenti sociopolitici?

Più che di ‘ispirazione’, parlerei di ‘espirazione’. Sempre mi succede, quando scrivo, che assorbo qualcosa del mondo che mi colpisce. Lo rielaboro e trasudo in parole. Ne ‘Le descrizioni’ ho voluto osservare il rapporto tra le parole e le cose quando le cose si fanno così drammatiche da sembrare inspiegabili. Vedere come, filtrato attraverso il linguaggio, il mondo sembri più umano.

3. Ne Le Descrizioni racconti, o forse disegni, l’Italia a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, attraverso gli occhi d’una bambina, Mika. E’ diventata una moda affidare agli occhi d’un innocente la narrazione di grandi accadimenti: perché?

Non so dirti se sia una moda. La parola ‘moda’, faccio addirittura fatica a pronunciarla, in collegamento alla scrittura. Né ho scelto una bambina per rappresentare l’innocenza, quanto piuttosto la volontà, che è nella testa di Mika, di dare significato a un mondo che le appare enigmatico e oscuro.

4. Incontriamo Mika, una piccola peste, che ancora non conosce il valore delle parole. La incontriamo che ha dei problemi di salute. Una piccola peste sì, ma fragile, valetudinaria. Quanto c’è di te in Mika? E di te in Sara, la sorella?

C’è di me, in Mika, la curiosità, la cocciutaggine, il voler arrivare al cuore delle cose. C’è la bronchite cronica di cui ho sofferto per anni, a causa della quale con discontinuità ho frequentato la scuola elementare. C’è in me, di Sara, il desiderio ribelle, forse, l’insofferenza e la voglia di spensieratezza.

5. Mika si stanca presto di Topolino, né sembra granché interessata a La settimana enigmistica che la sorella invece adora: lei vuole imparare a leggere, a scrivere. Il mondo che Mika e Sara conoscono è quello del Carosello, dei film con Ursula Andress e Liz Taylor, del telegiornale (del Tg1), del Tuca Tuca di Raffaella Carrà. Un mondo sempre in bianco e nero. Mika impara a leggere grazie a un libro, Niente di nuovo sul fronte occidentale di Erich Maria Remarque, unico libro che c’è in casa loro.

Sì, il contesto nel quale Mika fa esperienza è per buona parte televisivo. La voce dei genitori non è più reale di quella del giornalista del tiggì. E non a caso nella sua prima descrizione, racconta la sigla del telefilm Nero Wolfe. Il romanzo di Remarque rappresenta una rottura rispetto a quel mondo. Si tratta, a mio parere, di un testo molto moderno. Racconta il sogno e la fine del sogno. Paul Bӓumer, il protagonista, si arruola volontario in guerra per finire ammazzato, ironia della sorte, proprio pochi giorni prima della pace. C’è una graduale presa di coscienza, la disillusione. Allo stesso modo, appena impara a comporre le parole, Mika subito realizza che questa nuova abilità non le consentirà, come aveva creduto, di crearsi un rapporto armonico con il mondo. Al contrario, farà di lei, in quanto scrittrice, una sorta di ‘fuori casta’. Lo scrittore, con la sua ansia di verità, non può che essere un disadattato.

6. Mika non disdegna i gialli per ragazzi  che vedono protagonista la detective Nancy Drew. Ignora però che sotto lo pseudonimo Carolyn Keene si celava un gruppo di autori guidati da Edward Stratemayer. E. M. Remarque a C. Keene, due autori agli antipodi.

Il giallo per ragazzi, del quale sono stata lettrice assidua, come molta narrativa di genere, presenta personaggi e storie avvincenti che sono tuttavia spesso ricalcati sullo stereotipo. E’ giusto che sia così, perché la sua funzione è quella di intrattenere il lettore, farlo evadere dal quotidiano. Remarque significa invece la grande letteratura, dove – per dirla con le parole di Mika – c’è la vita e la morte: la storia del singolo trattata nella sua ambiguità, nel suo rapporto con la storia collettiva. Io credo che la parola debba posizionarsi proprio lì; dar corpo al filo che lega individuo e società.

7. Tu, Monica Dall’Olio, hai imparato di più da E. M. Remarque, da C. Keene o forse da Boris Leonidovič Pasternak?

Certamente da Remarque. Ho letto Pasternak piuttosto tardi, su indicazione di un amico scrittore che mi disse che la cultura russa poteva essere compresa leggendosi due romanzi in particolare: ‘Il maestro e Margherita’, di quel grande autore che è Bulgakov e ‘Il dottor Živago’, appunto. Il giallo per ragazzi, verso i dieci anni, ha cominciato ad annoiarmi.

8. Spesse volte Sara accusa la sorellina d’essere “comunista”. Sara è già per gli amori, altro non le interessa. Chi, a tuo avviso, è comunista oggi? E, ieri “qualcuno era comunista”? Parlare oggi di comunismo non è forse un po’ anacronistico?

Nessuno oggi è comunista. Ma il comunismo è stato pensiero storico forte. Ha fondato il tema dell’uguaglianza e della solidarietà tra i popoli. Pronunciare la parola ‘comunismo’ non è anacronistico. Significa fare i conti con l’evoluzione della società, con le idee che ne hanno determinato il cambiamento e che nei suoi equilibri interni, nelle rivendicazioni sollevate, l’hanno migliorata.

9. “Il dottor Živago” è l’unico romanzo che Sara avrebbe e che non ha mai letto perché lo ha dato in prestito, ma la piccola Mika lo vorrebbe leggere. Perché proprio Pasternak? Jùrij Andrèevič Živàgo, medico e poeta, diviso e conteso da due donne, immischiato in quella che fu la Rivoluzione d’Ottobre: il romanzo non venne pubblicato in Russia, perché metteva in nuce i lati oscuri e perversi del regime comunista. Fu pubblicato in Italia da Feltrinelli, nel lontano 1957. Vuoi forse suggerire qualcosa al lettore?

La scelta su quel romanzo è caduta per una ragione più semplice e banale, forse. Proprio in quegli anni, la Rai trasmetteva lo sceneggiato tratto dal testo, con protagonista l’attore Omar Sharif. Era dunque verosimile che in una casa di non lettori, quali sono i genitori e la sorella di Mika, sull’onda della pubblicità televisiva, potesse essere presente quel romanzo.

10. Mika è una ragazzina avida di sapere. Impara presto a leggere e a scrivere. Compulsa un dizionario per conoscere il significato profondo delle parole. Scrive su un quaderno le sue Descrizioni.  Ed impara anche alcune parole da balera: “Io penso infatti che questo genere di parole, anche se non sono contenute nel Nuovissimo Dizionario, non si possono escludere dalle Descrizioni…”.

Sì, Mika dice espressamente che di tutto bisogna scrivere, anche di ciò che fa schifo e mette paura. Dice che bisogna mettere davanti al lettore anche quello che il lettore non vorrebbe vedere. La parola è strumento di verità, penso, e lo deve essere fino in fondo. Lo deve essere fino a far male.

11. Mika sembra che parli e pensi come un personaggio di Charles M. Schultz. O sbaglio?

Ha una modalità di pensiero ed espressione semplificata ma allo stesso tempo precisa e affilata come i personaggi dei fumetti intelligenti.

12. Quali sono gli autori che hanno maggiormente influenzato il tuo modo di guardare al mondo e di descriverlo? Per quali motivi?

Tra gli italiani, Luigi Malerba, per il gran lavoro che ha fatto sul linguaggio e Luciano Bianciardi, per lo stesso motivo e per il controllo che ha sulla parola (anche come traduttore). Amo poi molto autori americani come John Barth, Donald Barthelme, Richard Brautigan e naturalmente Kurt Vonnegut, per come hanno risolto il rapporto tra tragico e comico, con una scrittura leggera e godibile sebbene densa di critica sociale.

13. Il tuo è uno stile minimalista. Perché questa scelta?

Mi accorgo che l’uso di aggettivi e avverbi sottrae forza e verità alla mia scrittura. Il testo mi risulta convincente quando elimino ciò che ha a che fare con la psicologia e l’emotività dei personaggi. I miei personaggi agiscono e basta. Il pensato va desunto dal comportamento.

14. Con Le descrizioni vuoi portare al lettore anche un messaggio sociale e politico, o siamo piuttosto di fronte a una ‘urgenza’, e se sì, di che tipo?

Non credo che sia compito dello scrittore dare contenuti di quel genere, né certezze. Se lo facesse, risulterebbe ridicolo. Parlerei piuttosto di necessità di rintracciare un senso nelle cose, operando attraverso l’unica arma della quale lo scrittore dispone, ossia la parola.

15. A tuo avviso, la scrittura può essere strumento utile alla verità? Ma, soprattutto, la verità esiste?

Sì, la parola può essere chiave di accesso alla verità, perché la verità, intesa come il contrario della finzione, esiste.

16. Hai già nel cassetto un nuovo lavoro?

E’ un file sul desktop della mia agente.

Grazie Monica Dall’Olio. A te ogni bene in campo professionale e non.

Grazie a te e ai tuoi lettori.

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Le descrizioni – Monica Dall’Olio – Gruppo Perdisa Editore – collana Corsari – Isbn 978-88-8372-559-3 – Prezzo euro 14,00 – Pagine 139

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Su Liberi Di Scrivere leggi anche l’intervista a Monica Dall’Olio a cura di Viviana Filippini e la recensione

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Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, detto Beppe Iannozzi o anche King Lear. Chi è Giuseppe Iannozzi? Un giornalista, uno scrittore e un critico letterario Ma nessuno sconto a nessuno: la critica ha bisogno di severità e non di mafiosa elasticità.
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